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Musicoterapia: didattica o terapia?

Durante uno dei miei tirocini, finché ero ancora in fase di formazione, finché ancora le idee si dovevano chiarire e il mio occhio guardava ai modelli musicoterapici con la logica del programmatore: uno, zero, questo o quello, questa tecnica va con quel modello, la musicoterapia o è IN terapia o è COME terapia, il Nordoff-Robbins lo puoi adottare solo se sei un pianista (e bravo per giunta), e così via.

Insomma, durante un tirocinio come un tirocinio deve essere: poche certezze, poche sfumature e la disperata ricerca di appigli teorici (quando non anche epistemologici) che convalidassero ogni mio pensiero prima e affermazione poi; durante uno di questi tirocini – dicevo – mi sono ritrovato nello studio della direttrice della struttura che mi ospitava per fare il punto sullʼandamento della mia esperienza, e in quellʼoccasione la dottoressa (una psicologa) mi disse «Vedi, la musicoterapia non è terapia in senso stretto, è una disciplina più afferente alla didattica. E nel dirti questo non voglio sminuirla o toglierle del valore, perché il nostro cervello è in grado di apprendere per tutta la vita. Di imparare non si finisce mai: solo che voi (intendendo con “voi” i musicoterapeuti) vi ostinate a ricondurla nellʼalveo delle “terapie” perchè in questo modo potete aver accesso alla categoria delle professioni che operano in ambito sanitario, ben più retribuite di quelle che si muovono in ambito didattico».

Punto. Stetti zitto. Un altro dubbio.

Anche se, a dirla tutta, in quel momento era solo un dubbio di natura etico-epistemologica, niente di più. Ma lʼaffermazione della dottoressa, convinta e giudicante, non mi aveva lasciato inerte. E questa domanda mi avrebbe “perseguitato” ancora per anni a venire.

Nel cercare di rispondere alla domanda che dà il titolo a questo articolo e, conseguentemente, crearmi una opinione personale e consapevole rispetto allʼaffermazione della dottoressa, oltre a consultare i miei docenti dellʼepoca, mi sono posto di fronte allʼaffermazione in modo cartesiano: cercare di non farmi guidare da pregiudizi e dividere lʼaffermazione «la musicoterapia non è terapia in senso stretto, è una disciplina più afferente alla didattica» in più parti, in maniera tale che ogni elemento chiave dellʼenunciato fosse chiaro ed esente da dubbi.

«Procediamo con ordine» mi sono detto «Vediamo cosa la lingua italiana intende per didattica e cosa invece per terapia».

Il dizionario Treccani (http://www.treccani.it) recita:

 

Didattica
In generale, quella parte dellʼattività e della teoria educativa che concerne i metodi di insegnamento. (…).”

 

Terapia

“Studio e attuazione concreta dei mezzi e dei metodi per combattere le malattie”.

Infine, per completare il quadro, vediamo anche cosa il Treccani intende per malattia.

 

Malattia
“Condizione abnorme e insolita di un organismo vivente, animale o vegetale, caratterizzata da disturbi funzionali, da alterazioni o lesioni (…).”

 

Bene. A legger sopra si capisce subito che la didattica è cosa ben diversa dalla terapia.

La prima si applica sia a soggetti normodotati o con eventuali limitazioni, la seconda la si attua per combattere le malattie, cioè quelle condizioni abnormi caratterizzate da disturbi funzionali, alterazioni o lesioni.

 

Ma vogliamo stringere? La musicoterapia è didattica o terapia?

Dopo alcuni anni di pratica musicoterapica e di riflessione personale, non credo ci sia (o non ho ancora trovato) una risposta univoca a questa domanda. Anzi, nel cercarla, mi sono sorte altre domande, quali

 

– la didattica e la terapia sono pratiche confinanti?

– Se sì qual è questo confine e in che momento scatta?

– È possibile “shiftare tra didattica e terapia e viceversa?

– Se sì, quando e come accade?

– La terapia, in quanto pratica utilizzata nel combattere le malattie, non dovrebbe essere prerogativa delle discipline sanitarie?

 

Ed altre (per fortuna) a non finire…

Ma in mezzo a tante domande sono arrivato (almeno nel momento in cui sto scrivendo questo articolo) ad alcune consapevolezze:

 

– di certo la musicoterapia non è insegnamento musicale, cioè non la si mette in atto per istruire lʼutente nel suonare uno strumento. Durante una seduta, la pratica sullo strumento può essere certamente presente, ma non con scòpi estetici, bensì con obiettivi che mirano al benessere della persona. Quindi, da questo punto di vista, la musicoterapia è afferente molto di più alla terapia piuttosto che alla didattica.

 

– durante un percorso di musicoterapia, il confine tra didattica e terapia è spesso sfumato: insistere affinché lʼutente raggiunga un risultato estetico, sebbene sia caratteristica precipua della didattica musicale, nella pratica musicoterapica assume un ruolo terapeutico perché questo risultato estetico è vòlto al benessere della persona (ad es. un accrescimento della sua autostima).

 

In definitiva la musicoterapia è una disciplina poliedrica che utilizza sì (anche) la didattica, ma per conseguire obiettivi terapeutici.

Laddove per terapia si intende il miglioramento/raggiungimento dello stato di benessere di una persona, in cui benessere è il risultato di un processo trasformativo che cambia la persona migliorandone la qualità di vita non solo attraverso lʼacquisizione di competenze, ma anche attraverso la percezione delle proprie capacità e delle proprie abilità. E dove – infine – il benessere non è relegato solamente allʼ “ora di musicoterapia”, ma, attraverso la musicoterapia, diventa una condizione strutturata, estendibile a più ambiti e momenti della vita della persona.

«La musica è sempre e comunque terapia perché ascoltare e fare musica fa comunque star bene» mi fu detto più avanti negli anni da un direttore di un altro istituto.

«Sì» gli risposi «ma quello lo fa anche una bella giornata di sole…».